Un caleidoscopio aneddotico

Cosa hanno in comune un sito votato al fact-checking, un ventenne olandese col fiuto da detective, un software che scimmiotta (è proprio il caso di dirlo) la scrittura giornalistica, un blog di citizen journalism africano, il più famoso aggregatore di leaks al mondo, una legge islandese sulla libertà di informazione, un grafico polacco ed una congrega di giornalisti informatici? Apparentemente nulla, ma quando sono abilmente mischiati dalla penna (o per meglio dire dalla tastiera) di Nicola Bruno e di Raffaele Mastrolonardo, diventano magnifici attori protagonisti di una sceneggiatura concettuale sulle novità introdotte dalla rivoluzione digitale. Ogni attore è un pezzo del mosaico che la mente degli autori ha sapientemente assemblato in modo da ricoprire ogni categoria giornalistica modificata dall’avvento della rete.
Nella veste di protagonista, candidato all’oscar per la caparbietà con cui ha sfidato i potenti di tutto il mondo, troviamo Julian Assange ed il suo wikileaks, nel ruolo della Trasparenza. A ricoprire il ruolo dell’Intelligenza troviamo Stats Monkey, la cui vis comica è emersa in tutto il suo splendore nel tentativo di emulare la scrittura di un giornalista umano. L’allora ventunenne Michael Van Poppel è indiscutibilmente la giovane promessa della rappresentazione, impeccabile la sua personificazione della Velocità. La rivelazione inaspettata Ory Okolloh con il suo Ushahidi, invita tutti a dare il proprio contributo all’informazione grazie alla sua convincente interpretazione della Partecipazione. La recitazione corale dei giornalisti di Politifacts incarna con puntualità maniacale il ruolo della Precisione. Brigitta Jonsdottir ed il suo IMMI (Icelandic Modern Media Initiative) è l’avatar della Libertà. Attori non protagonisti, ma non per questo poco incisivi, sono i rivoluzionari giornalisti di Hacks/Hackers, convincente la loro interpretazione del cambiamento. E siccome ogni sceneggiatura necessità del suo anti-eroe, del suo antagonista, Jacek Utko è chiamato a recitare nel ruolo della Bellezza, colui che cerca di salvare i vecchi media dall’estinzione.
La sceneggiatura di Bruno e Mastrolonardo è tanto lineare quanto efficace, ogni personaggio recita un monologo riguardante il ruolo da lui rivestito all’interno della piece, disvelando allo spettatore (o al lettore, se vogliamo parlare fuor di metafora) quanto le nuove tecnologie abbiano inciso sul mondo dell’informazione, cambiandolo permanentemente. La narrazione è scandita da otto atti, uno per ogni personaggio.

Atto I) L’apertura è dedicata alla Precisione, che ha trovato nuova linfa vitale nel mondo del Web, grazie ad un’opera capillare di fac-checking, procedimento su cui si dovrebbe sempre basare il giornalismo. Come esempio viene portato l’operato di Politifacts, un sito votato al controllo incrociato delle notizie giornalistiche, per restituire dignità al fatto oggettivo, privo della macchia dalla faziosità.

Atto II) La narrazione prosegue ponendo l’accento sul ruolo giocato dalla Velocità, nella sconfitta dei vecchi media da parte dei nuovi. Entra in scena a questo punto Michael Van Poppel con il suo BNO News, che nel 2007 anticipò tutte le grandi testate giornalistiche nella pubblicazione di un video autentico di Osama Bin Laden. Il suo account Twitter ha attualmente più di sei milioni di followers.

Atto III) È il turno dell’Intelligenza, a mio parere unica nota stonata della sceneggiatura, poichè l’uso della materia grigia non è appannaggio esclusivo della rete e tantomeno del software che i due autori utilizzano come esempio di questo particolare cambiamento. Stats Monkey è infatti un programma per computer, che attingendo informazioni da un archivio online, scrive articoli riguardanti partite di baseball americano. Copia egregiamente il lavoro dell’uomo in carne ed ossa finchè si tratta di snocciolare statistiche, messe assieme da una manciata di avverbi e congiunzioni, si rivela invece misero simulacro della personalità umana, nel momento in cui si tratta di infondere stile nell’articolo, impresa in cui fallisce miseramente, non tenendo fede al suo dover simboleggiare l’Intelligenza del nuovo che avanza. Rimandata a data da destinarsi, per ora buona come spalla comica.

Atto IV) Il quarto atto ci ricorda quanto, con un piccolo sforzo individuale, ognuno possa essere utile per la collettività nel momento in cui si devono raccogliere informazioni capillarmente per tutto il globo. Mirabile esempio di questa idea di Partecipazione è Ushahidi, blog nato nel 2008 dall’intuito della blogger ed attivista keniota Ory Okolloh. La piattaforma permetteva ad ogni cittadino di evidenziare su una mappa di google, dove stessero divampando i focolai di guerra civile durante la crisi politica del Kenya nel 2007-2008. In questi giorni il blog è ancora attivo e la sua area di interesse è uscita dai confini dello stato africano che gli ha dato i natali.

Atto V) La trasparenza della rete è portata in scena da Julian Assange, che a dire il vero di trasparente ha solo la carnagione e la chioma, ma nell’immaginario collettivo è diventato sicuramente il simbolo dell’informazione senza vincoli. Concettualmente, in questa parte dell’opera, si riflette sulla capacità della rete di divulgare anche le più inaccessibili informazioni, custodite gelosamente da tutti i più grandi stati del mondo.

Atto VI) Legato a doppio filo all’atto precedente, il sesto ricorda quanto internet sia (o dovrebbe essere) la vera casa delle Libertà. Grande parco giochi virtuale in cui tutto è lecito, anche il politicamente scorretto. In questo caso è la politica islandese Brigitta Jonsdottir a prendere in mano le redini della narrazione. La parlamentare ci mostra quanto le stia a cuore la libertà di informazione, tramite l’iniziativa di cui è stata portavoce, ossia l’Icelandic Modern Media Initiative. Tale legge è una sorta di Freedom of Information Act ultra moderno, che protegge le fonti giornalistiche, i giornalisti stessi, gl intermediari e così via

Atto VII) Il penultimo aneddoto riguarda un architetto polacco con il pallino del giornalismo, al secolo Jacek Utko. È un passaggio in antitesi con il resto del libro, poichè suggerisce come i vecchi media possano ancora resistere sul mercato, grazie all’utilizzo di livree più convincenti, penetranti ed innovative, in altre parole facendo leva su quella Bellezza che internet sembra aver smarrito, in favore dell’accessibilità, della fruibilità e dell’immediatezza. Nello specifico, Utko è stato chiamato a ristrutturare la veste grafica di numerosi periodici polacchi ed internazionali a partire dal 2004(ad esempio il Puls Biznesu, oppure il ituano Verslo Zinios ed infine il bulgaro Pari). Ognuna di queste testate ha visto lievitare sensibilmente il numero di copie vendute.

Atto VIII) A concludere questo caleidoscopio di aneddoti interviene il sito Hacks/Hackers, in cui un gruppo di giornalisti si riunisce per creare “un network di persone interessate nello sviluppo di applicazioni digitali e web e nell’innovazione tecnologica a supporto della missione e degli obiettivi del giornalismo”. La perfetta sintesi per illustrare il Cambiamento che il mondo digitale ha portato nel mondo dell’informazione.

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Web 2.0: inganno o realtà?

Il Web 2.0 ha sancito il passaggio dal cosiddetto web statico, popolato quasi totalmente dai più classici siti internet, ad un universo estremamente dinamico ed in continua espansione, grazie agli user generated content, ossia a tutto quel materiale prodotto dagli utenti in prima persona. Infatti nel corso del tempo, specialmente nell’ultima decade, si sono moltiplicati i servizi internet che permettono all’utente, anche privo di capacità informatiche di spicco, di ritagliarsi un piccolo spazio nel mare magno della rete; fra gli esempi più significativi di tali servizi troviamo skype, i forum, i wiki, i blog e tanti altri ancora. Caratteristica peculiare di questi servizi, oltre all’offerta di piattaforme dall’utilizzo intuitivo, è quella della possibilità di interazione fra il possessore della pagina e tutti gli altri internauti che capitino sullo stesso crocevia virtuale. In altre parole la logica è quella dell’estrema democratizazzione dell’inserimento del contenuto e la massima condivisione del sapere. Il vero interrogativo risiede nel capire quante di queste promesse vengano mantenute e quante disattese, perchè se da una parte è vero che chiunque può creare contenuti, dall’altra non è garantito che tale contenuto venga visualizzato da altri utenti e soprattutto non è certo che sia il contenuto più valido a risaltare su quello più scadente. Ma vediamo alcuni esempi pratici

Blog

definizione: “È l’abbreviazione di web log e indica un sito web autogestito dove vengono pubblicate in tempo reale notizie, informazioni, opinioni o storie di ogni genere, visualizzate in ordine cronologico inverso. Il blog è uno strumento di libera espressione, una via di mezzo tra la homepage personale e il forum di discussione, che tiene traccia (log) degli interventi dei partecipanti. Un blog può essere personale, un diario online costantemente aggiornato che tutti possono leggere, oppure può essere uno spazio sul web attorno al quale si aggregano navigatori che condividono interessi comuni.”*

Dalla precedente definizione si evince che una delle caratteristiche fondanti della piattaforma blog risiede nella possibilità di discussione che si deve instaurare fra il possessore del blog e gli utenti che lo visitano. Tale caratteristica è rispettata fintanto che il blog è frequentato da un numero esiguo di utenti, ma vediamo cosa succede quando i visitatori lievitano sensibilmente

Esempio pratico

Il blog del famoso comico-politico  italiano

Il blog del famoso comico-politico italiano

Nel caso del blog di Beppe Grillo, che è peraltro evoluto in altre forme, quali organo di partito e online store, è evidente che i grandi numeri abbiano fatto venir meno la possibilità di dialogo fra il proprietario e gli utenti. Il numero di commenti, che spesso si aggira attorno al migliaio di unità, crea un pandemonio informativo in cui risulta ostico orientarsi e ritrovare un filo logico. Il blog, in questo caso, finisce per assomigliare ad un quotidiano di informazione a cui si possono inviare le classiche lettere al direttore, nella circostanza sotto forma di commenti ai post, ben consapevoli che molto probabilmente il proprio contributo non sarà letto della redazione e verosimilmente nemmeno dalla maggior parte degli altri utenti. Paradossalmente quella vastità di utenti che dovrebbe essere punto di forza e vanto del Web 2.0, a causa dell’information overload, rappresenta un ostacolo al dialogo ed alla visibilità.

Wiki

definizione: un wiki è un sito web che permette ai propri utenti di aggiungere, cancellare o modificare contenuti, attraverso un semplice linguaggio di marcatura oppure un editor testuale. Tali interventi sono generalmente effettuati da utenti registrati, che però nella maggior parte dei casi rimangono anonimi. Si tratta in sostanza di una tipologia di sito basata sulla condivisione della conoscenza, in cui l’utenza dovrebbe vivere in un rapporto totalmente orizzontale, ossia privo di gerarchie. I wiki possono essere generalisti, come la celeberrima wikipedia, ossia occuparsi di ogni ramo dello scibile umano, oppure settoriali, nel caso siano organizzati in modo da focalizzarsi su un singolo argomento come potrebbe essere una saga cinematografica (es. Star Wars Wiki) una saga videoludica (es. Mario Bros Wiki ) e così via.
Il wiki sembra dunque la quintessenza della filosofia della rete, un ambiente democratico e libertario che si esprime di comune accordo, attraverso un’interfaccia rapida ed intuitiva. Tuttavia anche questa tipologia di sito risulta lungi dall’essere quell’eden digitale che in molti cercano, prigioniero anch’esso, come vedremo, di alcune delle sue caratteristiche fondanti.

Esempio pratico

Wikipedia

Wikipedia

Nel caso di Wikipedia, sicuramente il più famoso wiki al mondo e probabilmente uno dei siti più consultati ogni giorno dai miliardi di internauti, la quantità smodata di utenti registrati ed abilitati alla modifica delle pagine, è sicuramente una risorsa, ma può risultare anche un’arma a doppio taglio. L’anonimato dietro a cui si può nascondere il singolo contributore, può spingere a vandalizzare volontariamente una pagine, oppure ad inserire informazioni sbagliate per pura disattenzione o negligenza. Il sito, per proteggersi da refusi più o meno volontari di questo tipo, si è dotato quindi di uno staff in grado di cancellare le supposte imprecisioni ed anche di bloccare ogni possibile modifica ad una determinata pagina. Già questo tipo di organizzazione tradisce una violazione di quel principio paritario a cui si accennava prima, spezzando in parte l’utopia della logica orizzontale del wiki. In secondo luogo lo staff stesso può rendersi protagonista di censure ostinate ed addirittura errate, come ci testimonia per esempio Piergiorgio Odifreddi, sul suo blog ospitato da Repubblica, Il senso della Vita . In un post risalente al settembre 2012, spiega come gli sia stato impossibile per lungo tempo apportare modifiche alla pagina wiki che lo riguardava in prima persona, poichè lo staff non credeva alla sua identità.

* definizione presa da http://www.pc-facile.com

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Mors tua vita mea?

Negli ultimi anni abbiamo assistito al lento, ma apparentemente inesorabile, declino dei vecchi media, a cui ha fatto da contraltare l’ascesa ruspante dei siti di informazione online. Non mi riferisco solamente alle pagine web che fanno capo ad una testata tradizionalmente cartacea, ma soprattutto a quel macrocosmo di siti, blog, pagine facebook, che appartengono a giornalisti indipendenti o addirittura a privati cittadini che hanno deciso di avventurarsi nel mondo del citizen journalism. È stato ripetuto fino alla nausea che internet abbia trasformato l’informazione da verticale ad orizzontale, dando una possibilità a chiunque di esprimersi tramite pagine web personali o intervenendo tramite commenti su articoli di giornalisti professionisti, ma spesso la rete non si è limitata a questo, alle volte ha letteralmente rovesciato la piramide dell’informazione; a torto o a ragione, in più di un’occasione i siti indipendenti hanno acquistato un maggior prestigio e addirittura una maggiore credibilità rispetto a voci ben più blasonate, dando vita alla cosiddetta controinformazione, che in tutta onestà latitava ostinatamente nel nostro paese.
Il più celebre esempio al mondo in tal senso è sicuramente Wikileaks, creatura dello sfuggente ed enigmatico Julian Assange, tanto diafano ed esile di aspetto, quanto energico fustigatore dei più celati segreti di stato. Il suo successo fa leva sul desiderio dell’uomo comune di poter anche solo sfiorare le verità scomode nascoste dai governi di tutto il mondo, sull’appagamento che scaturisce dal non essersi lasciati traviare dal potente di turno, sulla morbosa curiosità di conoscere dettagli scabrosi dei più influenti fatti di cronaca.
Anche in Italia si è sviluppato questo sottobosco di informazione alternativa ed orgogliosamente sovversiva, basti pensare a siti quali Disinformazione, ComeDonChisciotte, Luogocomune, che hanno fatto proprio il vessillo del complottismo più integerrimo, contrapponendosi ai media tradizionali trincerati nella confortante sicurezza delle cosiddette versioni ufficiali, accettate spesso aprioristicamente. In verità lo scontro dialettico fra queste due compagini, nei rari casi un cui si è verificato un faccia a faccia vero e proprio, spesso ha finito per scadere nella cocciuta contrapposizione di due posizioni ugualmente faziose e tacitamente dogmatiche.
Un caso eclatante, in cui la differenza di approccio alla valutazione di un evento è emersa con prepotenza, riguarda senza dubbio la lunga analisi sull’attentato al World Trade Center dell’11 settembre 2001. Da una parte gli investigatori da tastiera dei siti di contro informazione di cui sopra, dall’altra i paladini delle verità ufficiali, entrambi arroccati sui loro bastioni di incrollabile sicurezza. I primi ovviamente convinti che si sia trattato di una gigantesca messa in scena, un inside job per dirla all’americana, per fornire un casus belli al fine di dichiarare guerra ai paesi medio oriantali, i secondi indefessi difensori di quella credenza fiabesca che vede la forze del bene occidentali costantemente minacciate da quelle malvagie delle orde arabe. Alle volte le dimensioni della disputa sono lievitate a tal punto da invadere i media tradizionali, com’è accaduto per esempio in una puntata di Matrix di Enrico Mentana, in cui Massimo Mazzucco, proprietario di Luogo Comune, è stato invitato per portare avanti le cause dei cosiddetti complottisti.

Ovviamente le versioni alternative che proliferano sul web, non sono limitate all’11 settembre, passano dalle scie chimiche, al minaccioso NWO, al progetto HAARP e così via, ma tutti questi avvenimenti sono legati dal desiderio di scardinare i segreti del potere, anche se spesso la fantasia ed il desiderio di contestazione ha trasceso la realtà.
A mio avviso una terza via è possibile ed addirittura auspicabile, che faccia da mediatrice senza scadere nel cerchiobottismo, capace di essere indipendente, ma al tempo stesso accorta nell’evitare le trappole del complottismo più cieco. Questa via negli ultimi anni ha avuto il suo miglior interprete nel Fatto Quotidiano che, secondo il mio parere, è riuscito ad oscillare fra un’eleganza istituzionale ed una capacità di investigazione più liberale. Non a caso il Fatto è stato l’astro nascente di questo periodo di transizione e di cambio della guardia fra vecchi e nuovi media.

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Lettura intensiva vs lettura estensiva

L’invenzione nel XIV secolo del torchio tipografico da parte di Gutenberg, ha innescato una serie di reazioni a catena, che in tempi relativamente brevi hanno modificato le abitudini dei lettori di tutta Europa. In particolare l’abbattimento dei costi di produzione dei libri ed il conseguente aumento del volume di merce libraria in circolazione, hanno contribuito a trasformare la cultura da intensiva ad estensiva. Originariamente i pochi lettori sufficientemente attrezzati economicamente per potersi permettere l’acquisto di libri, erano costretti a concentrarsi approfonditamente sui pochi volumi in loro possesso, ma con la rivoluzione delle tecniche tipografiche è divenuto possibile ampliare il proprio bagaglio culturale, sacrificando in qualche misura la quantità di attenzione riservata ad ogni singola opera.
La rivoluzione digitale sta operando un cambiamento simile, tenendo conto delle dovute proporzioni. Il quotidiano in formato cartaceo si presta ad una lettura più intima e raccolta, che stimola l’approfondimento e la riflessione, laddove al contrario i siti di informazione sembrano invitare il lettore a passare in rassegna il mosaico di notizie nella home page, per poi leggerne distrattamente una parte. Inoltre il solito carattere statico della pagina stampata presenta meno trabocchetti per l’attenzione rispetto a quanti ne compaiano sul web, in cui banner, link ad altre pagine, commenti dei lettori, sondaggi, elementi multimediali come video o tracce audio, mettono costantemente a repentaglio la concentrazione del lettore.
Per rendere esplicito il concetto appena espresso è sufficiente aprire un articolo a caso di un grande quotidiano nazionale. Ad esempio il pezzo che il Corriere della Sera dedica al tentativo di mediazione di Putin nell’ambito della disputa fra Stati Uniti e Siria, presenta nell’ordine:

  • un mini sondaggio su quali siano, secondo i lettori, le parole chiave di maggiormente attinenti all’articolo in questione
  • una piccola infografica sul livello di gradimento nei confronti dell’articolo e sul numero delle condivisioni facebook o twitter
  • una foto che ritrae Cameron, Obama e Hollande
  • due video: il primo sul discorso di John Kerry alla commissione dei servizi armati della camera ed il secondo sulle prove dell’utilizzo delle armi chimiche in Siria. Da notare che entrambe le questioni non sono state trattate direttamente nell’articolo
  • Tre piccoli paragrafi con relativo titolo, che nel complesso occupano la metà della superficie totale dell’articolo

Dall’analisi precedente risulta evidente quanto l’interattività, la multimedialità e la concisione, siano sempre più le parole chiave per un articolo vincente in ambito web. Questo stile finalizzato all’esaltazione del colpo d’occhio e della comunicazione intuitiva gioca a favore della cultura estensiva di cui si parlava prima, lascia più tempo al lettore per dedicarsi alla consultazione di altri articoli o altri siti, ma contrae sensibilmente il tempo che si dedica all’approfondimento e alla riflessione.

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Home page e prime pagine: vetrine a confronto

È inutile ricordare quanto sia il contenuto a dover fare la differenza, ma tutti i media devono essere in grado di calamitare l’attenzione del potenziale lettore anche sotto il punto di vista prettamente estetico. Prendendo in esame il mondo dell’informazione scritta, cartacea o digitale che sia, è evidente che il compito di invitare alla lettura sia appannaggio del primo elemento che si presenta davanti alla vista: mi riferisco ovviamente all’home page nel caso di un sito internet ed alla prima pagina nel caso della carta stampata. Entrambe le aperture hanno la stessa funzione, ma coerentemente con quanto scritto nel primo post, utilizzano stratagemmi diversi per adempiere il loro compito. Vediamo innanzitutto schematicamente quale sia il loro ruolo nell’economia del giornale o del sito:

  1. Identificare inequivocabilmente la testata
  2. Evidenziare il fatto di cronaca saliente del giorno
  3. Esprimere opinioni forti e qualificate su fatti di attualità

Il primo punto è affrontato sostanzialmente nello stesso modo da entrambi i media in questione, è infatti compito del logo della testata giornalistica, identificare quale quotidiano o sito si stia consultando; tale scritta dev’essere leggibile, semplice, iconica e posizionata nella parte superiore della pagina. Nella carta stampata si tende ad evidenziare il nome della testata con una scritta di proporzioni maggiori rispetto a quanto si faccia in rete, probabilmente perché un giornale deve risultare facilmente rintracciabile in mezzo a tanti altri, mentre in rete è il motore di ricerca a rintracciare la notizia per conto del lettore. Un’altra differenza, ben più sostanziale, sta nella data che si ritaglia timidamente il suo spazio ai piedi del ben più maestoso logo: ovviamente statica quella della carta stampata, in continuo aggiornamento quella del sito web, in cui si ricorda anche l’orario in cui è stata effettuata l’ultima modifica al sito. È infatti indispensabile, nel mondo digitale, tenere il passo con tutte le breaking news che si rincorrono incessantemente nell’arco della giornata.

Per quanto riguarda il secondo punto, le differenze, a mio avviso, risultano più marcate. La prima differenza è una diretta conseguenza della continua necessità di aggiornamento a cui si accennava in precedenza, infatti nel formato cartaceo la notizia più importante occupa il taglio alto del foglio ed è destinata a rimanere in quella posizione finché il giornale non venga accartocciato e cestinato, mentre la natura continuamente in fieri di internet, fa sì che lentamente la notizia principale scenda nel corpo della pagina per lasciare spazio ad eventi più recenti. Ancora una volta è il dinamismo a segnare il cambiamento dei tempi. Visivamente entrambi i media concordano nell’attribuire alla notizia più rilevante un titolo dalle dimensioni notevoli, corredato da un’immagine altrettanto imponente.

Per il terzo punto l’approccio è ancora una volta divergente. I quotidiani tradizionali si servono del cosiddetto articolo di fondo o editoriale, collocato in genere sulla colonna sinistra della prima pagina e scritto spesso da una firma di prestigio della testata. Nel sito web non c’è un vero e proprio corrispettivo di questa tipologia di articolo, ma compare in quasi tutti i siti italiani, una colonna che ospita diversi blog appartenenti ai giornalisti più quotati della redazione oppure anche a collaboratori esterni. Questo elemento occupa posizioni diversi a secondo della testata: Repubblica lo relega in fondo a destra della home, il Corriere ed il Giornale sempre a destra ma più in evidenza, il Fatto a sinistra appena sotto la notizia di apertura, il Sole 24 Ore in una colonna centrale sul fondo della pagina.

Confronto fra la versione cartacea e quella digitale del Fatto Quotidiano

Confronto fra la versione cartacea e quella digitale del Fatto Quotidiano

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Un filo conduttore

Nel 1964 il celebre sociologo canadese Marshall McLuhan pubblicava Gli Strumenti del Comunicare, volume di rara lucidità analitica per quanto riguarda gli effetti che i media erano in grado di esercitare sulla vita dell’uomo. Fra brillanti intuizioni ed elucubrazioni talvolta criptiche, risaltava quello che ancora oggi risulta essere il più importante lascito intellettuale di McLuhan, ossia che in ultima analisi medium e messaggio coincidano. In altre parole il mezzo utilizzato per veicolare un’informazione finisce inevitabilmente per forgiare l’informazione stessa. Volendo essere ancora più espliciti potremmo affermare, senza timore di smentita, che la produzione e la fruizione di un medesimo fatto di cronaca, cambino con il cambiare del medium su cui quest’ultimo è registrato.
Con l’avvento della rivoluzione digitale, che sta inevitabilmente mutando il paradigma dell’informazione contemporanea, non possiamo quindi fare a meno di notare quanto stia evolvendo il mestiere del giornalista e quanto stiano cambiando i gusti e le esigenze del pubblico al quale i professionisti dell’informazione si rivolgono. Il filo conduttore di questo blog, intitolato non a caso Il medium ed il messaggio, sarà quindi il costante confronto fra il mondo dei vecchi media e l’inesorabile nuovo che avanza, rappresentato mirabilmente dall’universo della rete.

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